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I prigionieri russi sull’Adamello

Allo scoppio della prima guerra mondiale migliaia di soldati trentini, com’è noto, partirono con l’uniforme austroungherese per il fronte russo. Dall’autunno 1914 tuttavia migliaia di prigionieri russi arrivarono in Trentino, allora parte della Contea del Tirolo, dove vennero utilizzati come forza lavoro, sia nelle campagne sia per il trasporto, anche in alta quota, dei materiali necessari alla costruzione di baracche e postazioni difensive.

Dopo 100 anni sopravvivono le tracce della loro presenza che, per il settore Adamello, si evidenziano nella chiesetta in legno presso il rifugio Sat Carè Alto, costruita in tronchi nel 1917 dai prigionieri russi.

Dove al tempo della grande guerra sorgeva un villaggio militare in quota, con tanto di teleferiche (ben cinque) e centrale elettrica autonoma, sorge il rifugio Carè Alto, costruito nel 1912 da una società di amici alpinisti rendenesi, solo in seguito ceduto alla S.A.T. I dintorni del rifugio sono ancora oggi un museo all’aperto della grande guerra, con camminamenti, trincee e residuati.

Nelle immediate vicinanze della costruzione il caratteristico passaggio detto “Bus del Gat” avvia l’alpinista alla salita ai ghiacciai del Làres e di Niscli, mentre poco sopra, sulla cresta Cerana, si trova ancora un cannone della prima guerra mondiale; lo si raggiunge in circa 1 ora di cammino dal rifugio.
Nei pressi del rifugio rimane un’ulteriore testimonianza della grande guerra: si tratta della piccola chiesa, costruita con tronchi di legno dai prigionieri russi.I prigionieri russi sull'Adamello

La cappella svetta a 2460 metri sotto le pendici occidentali del Carè Alto, icona dell’omonimo rifugio adagiato qualche decina di passi più a nord. La innalzarono nel 1917 i prigionieri russi sull’Adamello, che la dedicarono il 17 luglio alla Madonna di Lourdes, in memoria dei caduti.

Era un periodo particolarmente duro per i soldati imperiali: sul corno di Cavento infatti svettavano ormai le penne degli alpini italiani; la perdita di quella vetta, tatticamente così importante, trentadue giorni prima, aveva segnato la morte (anche) di Felix Hecht von Eleda, il tenente ventitreenne dei Kaiserjäger il cui diario è ora custodito a Spiazzo Rendena nel Museo della guerra bianca adamellina. Il padre, nobile di Vienna e generale dell’esercito, fece di tutto per cercare il suo corpo. Poi si rassegnò.

Il diario di Felix Hecht von Eleda è stato edito più volte, anche arricchito dalle note dell’ing. Dante Ongari.

 

Su queste stesse montagne aveva combattuto anche il padre di Papa Giovanni Paolo II, proveniente dalla Galizia polacca, allora parte dell’impero.

Daiana Boller

Daiana Boller (Trento, 1981) vive a Vattaro, dove è collaboratrice nella ditta di famiglia, impegnata nel settore della commercializzazione internazionale di legname da lavoro e costruzione. Si è laureata in storia locale a Trento con una tesi sul principe vescovo Alessandro di Masovia (1423-1444) ed è laureanda in Storia della civiltà europea con una tesi monografica sullo stesso argomento.

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