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Il recupero dei forti austroungarici trentini

Il recupero dei forti austroungarici trentiniE’ uscito il volume “Il recupero dei forti austroungarici trentini”, curato dalla Soprintendenza provinciale per i Beni culturali. Il libro ripercorre quindici anni di intenso lavoro per restituire alla comunità trentina la fruizione di un numero considerevole di forti risalenti alla prima guerra mondiale.

Il Trentino, posto al centro dell’arco alpino meridionale, è sempre stato uno degli assi principali di comunicazione e transito fra l’Europa centrale e il bacino del Mediterraneo. Per questo il territorio è stato densamente fortificato con opere di sbarramento e di controllo collocate lungo vie e percorsi, sin dalle epoche più antiche, dalle rocche preistoriche ai castra romani, alle chiuse e ai castelli medievali.
Particolare importanza strategica nel contesto europeo, il Trentino lo raggiunge però nel periodo intercorrente tra la seconda metà del XIX secolo e la prima guerra mondiale, nell’ambito della Contea del Tirolo e dell’Impero austro-ungarico, dopo che con la seconda e terza guerra di indipendenza, gli adiacenti territori della Lombardia (1859) e del Veneto (1866) furono annessi al Regno d’Italia.

Forte Tenna nel volume "Il recupero dei forti austrungarici trentini", curato dalla Soprintendenza provinciale per i Beni culturali di TrentoLa prima fase fortificatoria riguardò la realizzazione di forti di prima generazione, molti con funzioni di tagliate stradali: si trattava di opere con murature frontali in pietra, in grado di resistere alle artiglierie che all’epoca utilizzavano proietti sferici, in uso fino ai primi anni del 1860. I forti erano adatti per resistere ad attacchi frontali ma non a bombardamenti dall’alto: in pochi anni i progressi delle artiglierie resero infatti questi forti inadeguati. Intorno al 1880 iniziò una nuova fase fortificatoria: i forti di seconda generazione vennero realizzati sulle sommità di alture e dovevano resistere alle nuove artiglierie attraverso appunto la morfologia del territorio; si trattava di postazioni protette per artiglierie all’aperto, che però divennero obsoleti in breve tempo. I forti di terza generazione vennero realizzati attorno al 1890: avevano spesse muratore in pietra e copertura in calcestruzzo, con gli armamenti principali appostati in casematte corazzate e non più all’aperto. Agli inizi del Novecento si passò alla quarta generazione: si trattava di forti realizzati sotto terra e in roccia, con corazzature in cemento armato rinforzate da putrelle in acciaio e artiglierie in cupole corazzate girevoli. Infine, fra il 1914 e il 1915, vi fu la quinta generazione: forti interamente in roccia, con le sole bocche di fuoco che affioravano in superficie.

Durante il primo conflitto mondiale nelle fortezze del Trentino combattevano soldati appartenenti a vari eserciti e varie nazionalità; vi erano anche migliaia di prigionieri di guerra impegnati nel lavoro coatto. Una guerra che, sotto questo aspetto, era anche una babele linguistica, un luogo di incontro e di scontro, di contaminazione e di contrapposizione.

Per approfondire:

Nel volume “Il recupero dei forti austrungarici trentini”, in 255 pagine ricche di informazioni e saggi si ripercorrono le vicende storiche e architettoniche delle macchine da guerra del Primo conflitto mondiale: da forte Cadine, il cui intervento di restauro si è concluso con la ricomposizione della forma fortificata della tagliata stradale, al forte Colle delle Benne, posto su un terrazzamento naturale affacciato sul lago di Levico; da forte Pozzacchio, mai ultimato, a forte Dossaccio, nel parco di Paneveggio; da forte Corno, disteso lungo la morfologia del terreno, alla batteria Roncogno situata a passo Cimirlo all’inizio del frequentato percorso di visita del monte Celva; da forte Tenna, che non ha mai partecipato ad azioni belliche, ai forti Presanella, Tonale e Mero, che sbarravano il passo del Tonale; per concludere con la fortezza del Brione, al centro della piana del Sarca, un sistema complesso affacciato sul Garda.

 

Forte Cadine nel volume "Il recupero dei forti austrungarici trentini", curato dalla Soprintendenza provinciale per i Beni culturali di TrentoFORTE CADINE

Il forte faceva parte del primo gruppo di fortificazioni permanenti austriache a difesa delle vie di collegamento alla città di Trento e, assieme al Doss di Sponde, componeva lo sbarramento del solco di Cadine. Per la sua costruzione fu deviato il torrente Vela e fatto passare sotto il forte, per incrementare le difese dell’opera. E’ una costruzione in conci di pietra calcarea di colore rosa, a forma di ponte, appoggiata alla roccia della forra del torrente e dotata di casematte per artiglieria, gallerie per le fuciliere e postazioni in barbetta. Fu costruito negli anni 1860 – 1861 e nel 1915 fu disarmato. Dal 1918 al 1949 servì da polveriera dell’esercito italiano e fu anche occupato dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. L’intervento di restauro, condotto nel rispetto delle tecniche costruttive originarie, è stato avviato nel 2006 con il recupero delle parti murarie mancanti e ricostruendo la dimensione di “sbarramento” del complesso che era andata persa.

Il Forte si trova nelle vicinanze del paese di Cadine, in via al Pasiel. La fortificazione si raggiunge da Trento centro. Si imbocca la strada in direzione Riva del Garda: si seguono poi le indicazioni per Sopramonte, Cadine e Forte Cadine. Giunti ad una rotatoria si deve prendere la terza uscita, su cui inizia via al Pasiel e da dove si vede il Forte.La struttura dispone di una ventina di posti auto all’ingresso.

 

 

BATTERIA RONCOGNO

Il Cimirlo e la vicina Marzola facevano parte della linea di fortificazioni che dovevano proteggere Trento da eventuali incursioni provenienti dalla Valsugana e dall’Altipiano della Vigolana. La batteria Roncogno sorge sulle pendici del monte Celva ed è stata costruita fra il 1879 e il 1881. E’ una casamatta di conci in pietra calcarea, a ferro di cavallo, dotata di una cisterna interna per la riserva d’acqua e di magazzini per i viveri. Il forte fu ammodernato nel 1904, ma disarmato nel 1915, perché di concezione troppo vecchia, e utilizzato come magazzino. Nella primavera del 2010 sono iniziati i lavori di restauro. Il progetto ha previsto il recupero della struttura al fine di realizzare al suo interno una sala espositiva e un magazzino, nel pieno rispetto della tipologia costruttiva e della sua volumetria.

Il restauro di questo bene è significativo anche da un punto di vista sociale e culturale in quanto rappresenta il riscatto di un angolo molto suggestivo della città, a pochi passi dal centro storico. Dalla città di Trento dirigersi verso Povo – Passo Cimirlo. La batteria è posta su un terrazzamento naturale alla base del monte Celva, che si raggiunge dal parcheggio di passo Cimirlo.

Daiana Boller

Daiana Boller (Trento, 1981) vive a Vattaro, dove è collaboratrice nella ditta di famiglia, impegnata nel settore della commercializzazione internazionale di legname da lavoro e costruzione. Si è laureata in storia locale a Trento con una tesi sul principe vescovo Alessandro di Masovia (1423-1444) ed è laureanda in Storia della civiltà europea con una tesi monografica sullo stesso argomento.

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