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La guerra come apocalisse

La guerra come apocalisseLa prima guerra mondiale è stata spesso rappresentata, dai contemporanei e dagli storici specialisti, come l’Urkatastrophe del ventesimo secolo, o come «apocalisse della modernità», per usare l’espressione con cui Emilio Gentile ha efficacemente intitolato un suo libro.

Leggi gratis un estratto di L’apocalisse della modernità. La Grande guerra per l’uomo nuovo, di Emilio Gentile.

Prima del 1914, la visione “profetica” e negativa di una guerra che avrebbe sconvolto gli assetti politici e sociali andava di pari passo quasi con il desiderio di un grande conflitto che avrebbe rigenerato le stanche società europee: per questo, quando scoppiò, la guerra venne percepita come un’apocalisse, nel bene e nel male.

Freud scrisse che “la guerra fu il suicidio terminale della migliore delle civiltà possibili“, mentre il romanziere Stefan Zweig la definì la fine dell’«età d’oro della sicurezza». In effetti per entrambi, ebrei, la fine della Vienna cosmopolita in cui vivevano e poi l’avvento del nazionalismo totalitario non potevano che rappresentare lo sgretolamento della civiltà europea.

Ma secondo gli entusiastici slogan di un vasto gruppo di giovani e artisti (si pensi ai futuristi) la guerra era la straordinaria occasione di inizio di una nuova era. Su molti di questi giovani, peraltro, la realtà della guerra prese rapidamente il posto dell’immaginario della guerra: diversi, tra gli intellettuali e gli artisti che vissero l’esperienza del fronte, sperimentarono una profonda disillusione che portò alcuni (tra quelli che sopravvissero) a spostarsi su posizioni radicalmente pacifiste, o rivoluzionarie.
La visione purificatrice della guerra intrecciò anche le attese rivoluzionarie, e per certi versi le rese possibili. Lo fece in modo palese, creando le condizioni per il rovesciamento dei governi esistenti, come nell’impero zarista del 1917, ma anche in modo meno evidente, fornendo nuovi modelli di organizzazione sociale che anticiparono un’inevitabile evoluzione del rapporto tra potere, economia e collettività. Infatti, la concentrazione dell’economia e della società sullo sforzo bellico e la necessità di rafforzare gli apparati pubblici per gestire produzione industriale, commercio e risorse umane, portò ovunque ad un salto nei processi di statalizzazione e centralizzazione, come si vide bene nel “socialismo di guerra” in Germania. La guerra quindi fu l’occasione e la spinta per la rivoluzione, ma anche il laboratorio di nuove concezioni dello stato.
La guerra come apocalisse fu dunque un concetto straordinariamente diffuso sia tra chi diede l’avvio alla guerra, sia tra chi partì per viverla. Fu anche, naturalmente, al centro della mentalità religiosa tra il 1914 e il 1918, sia per la Chiesa cattolica, che si trovò a riflettere sul tema della guerra giusta oppure inutile, sia per le chiese protestanti.

Puoi approfondire l’argomento leggendo il libro di Marco Mondini “La guerra come apocalisse. Interpretazioni, disvelamenti, paure“.

Nell’agosto 1914, allo scoppio delle ostilità, molti si erano arruolati entusiasti, immaginando di prender parte a una gloriosa avventura, convinti che il sacrificio del sangue avrebbe dato vita a un mondo e un uomo rinnovati. Dopo pochi mesi, l’entusiasmo era scomparso. Ci si rese conto che la guerra era completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico, per l’ingente numero di soldati sacrificati inutilmente. La Grande Guerra rappresentava il naufragio della civiltà moderna.

I combattimenti cessarono alle ore 11 dell’11 novembre 1918. E già all’orizzonte nuove tragedie si profilavano, poiché il trattato di Versailles ridisegnava l’intera geografia europea secondo la volontà dei vincitori, con conseguenze gravi e di lunga durata a livello politico e ideologico: le rivendicazioni territoriali, la corsa al riarmo e la militarizzazione di massa della società saranno alcuni dei principi cardine sui quali regimi totalitari come il fascismo e il nazismo baseranno il proprio consenso.

Daiana Boller

Daiana Boller (Trento, 1981) vive a Vattaro, dove è collaboratrice nella ditta di famiglia, impegnata nel settore della commercializzazione internazionale di legname da lavoro e costruzione. Si è laureata in storia locale a Trento con una tesi sul principe vescovo Alessandro di Masovia (1423-1444) ed è laureanda in Storia della civiltà europea con una tesi monografica sullo stesso argomento.

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