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Novembre 1966, l’alluvione in Trentino

Novembre 1966, l'alluvione in TrentinoIl 4 novembre del 1966 una fortissima alluvione colpì la città di Trento e tutto il Trentino. L’allarme piena scattò alle 14, alle 23 l’Adige ruppe gli argini nei pressi di Roncafort allagando le campagne circostanti e dirigendosi verso la città seguendo grosso modo l’antico alveo. La mattina del 5 novembre la città si svegliò sott’acqua, mentre varie località delle valli trentine erano state devastate dalle frane.

Il precedente mese di ottobre era stato caratterizzato da una piovosità persistente e prolungata, anche se non di elevata intensità e così gli invasi, sia superficiali che profondi, si trovarono a livelli elevati, tali da raggiungere velocemente lo stato di saturazione. A contribuire alle grandi ondate di piena fu anche l’aumento della temperatura, che in quota fece sciogliere le nevi già cadute in abbondanza, aumentando massicciamente le portate dei torrenti. Nell’agosto di quell’anno inoltre si era già verificata un’altra alluvione di notevoli dimensioni, che aveva innestato vari fenomeni di erosione, di franamento e il deposito di notevoli quantità di materiale negli alvei di fiumi e torrenti, modificando le condizioni di scorrimento.

L’ultima grande alluvione era stata quella del 1882, ma in piazza della Portela la lapide a ricordo dell’alluvione dell’82 fu superata di ben 40 cm. Tuttavia se nel 1882 i fiumi trascinavano acqua, legno e fango, nel novembre 1966 si aggiunse la fuoriuscita della nafta dalle cantine allagate, di benzina e gasolio dai depositi di carburante e dai serbatoi dei distributori di benzina. Un lago nerastro e oleoso copriva il settore nord della città, creando seri pericoli di incendi.

Nella Provincia di Trento il valore massimo di precipitazioni venne registrato a passo Cereda, in Primiero, con 485 mm nelle giornate del 4 e 5 novembre. Il settore trentino maggiormente danneggiato appariva infatti quello orientale.

Novembre 1966, l'alluvione in TrentinoIl numero 9-10 di “Il Trentino” di novembre-dicembre 1966, traccia una descrizione valle per valle: “Dalle valli erano giunte frattanto e continuavano a giungere notizie drammatiche. La ferrovia è bloccata: una frana di discrete proporzioni ha ostruito la linea presso Ponte Alto. A Trento non si sa ancora che un lungo tratto di binario, a Strigno, è stato travolto dalla furia del Chieppena. Non c’è più la possibilità di comunicare al telefono; non si può passare nè lungo la Fricca (bloccata per una frana presso Valsorda) nè sulla nazionale (altre frane tra Ponte Alto e Civezzano): tutto il Trentino occidentale (probabile errore di stampa, leggi orientale) appare quindi tagliato fuori dal resto del mondo” “L’alveo del torrente è tre, cinque volte più largo e case, strade e ponti sono saltati, come fuscelli. L’alveo del Cismon, invece, è largo in un punto 170 metri: ha eroso tonnellate di terra e di sassi, ha annientato le campagne, ha portato via le segherie sul fondovalle, i masi, i depositi del fieno; poi c’è l’incubo delle frane, che piovono dappertutto ed isolano i piccoli centri di Zortea, Prade, Valline…” “Ai Masi di Imer circa cinquanta case erano sommerse dal fango che arrivava ad un’altezza di tre metri; a Imer tre case erano state abbattute, e stessa sorte era toccata a parecchi masi, fienili e casolari sui costoni della montagna; a Mezzano il conoide di fango aumentava di ora in ora il pericolo e i danni, mentre gli abitanti stavano trascorrendo ore di incubo, nel tentativo di porsi in salvo e di recuperare qualche suppellettile; a Siror la massa d’acqua aveva raso al suolo due case, alcune decine di autovetture erano state travolte; a Tonadico le case abbattute ammontavano ad otto, quelle danneggiate seriamente una ventina, la centrale elettrica era sommersa da ghiaia e sassi; a Pieve, fiumi di sassi, piante e ghiaia avevano invaso negozi e locali pubblici, entrando nella vecchia chiesa, a Fiera un albergo era stato sbrecciato, decine e decine di capi di bestiame affogati”.

Venti persone morirono, mentre i danni alle cose furono ingentissimi. Una prima stima dei danni, redatta ancora nel mese di novembre, immediatamente dopo gli eventi, quantificò le distruzioni in oltre 50 miliardi di lire al valore di allora. Nel 1882 le zone colpite erano state grosso modo le stesse, i morti 22 e 50 i ponti distrutti dalla furia delle acque.

Il fenomeno interessò tutta l’Italia centro-settentrionale, con esiti più o meno disastrosi. Famose sono le immagini di Firenze, una fra le città più danneggiate, dove il fiume Arno tracimò ed invase tutto il centro storico, o di Venezia, dove si registrò la più alta marea a ricordo d’uomo. Ma ancora danni e inondazioni si ebbero a Grosseto, invasa da una marea di fango, a Udine, a Brescia, a Padova dove migliaia di ettari di campagna vennero allagati dalle acque del Brenta.

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 “Novembre 1966. Storia della difesa del territorio in Trentino” è il titolo di una grande e spettacolare mostra alle Gallerie di Piedicastello a Trento. Il visitatore è accolto da un enorme caleidoscopio con immagini che documentano il dissesto idrogeologico tratte da telegiornali di tutto il mondo. Sono immagini forti, disturbanti, seguite da una selva di pannelli che raccontano cosa in Trentino si è fatto per imbrigliare i corsi d’acqua, difendere il territorio e ridurre al minimo il rischio ambientale. Il 1966 è l’anno della grande alluvione che, anche in Trentino, ha portato la sua devastazione, raccontata da una lunga teoria di immagini e filmati rari.

Anche il Primiero, uno dei settori più danneggiati , dedica una mostra all’evento. Ascoltando i racconti di chi ha vissuto l’alluvione, guardando le fotografie dell’evento emerge che il 1966 in Primiero è suddivisibile in due: il “tempo” che ha preceduto l’alluvione e il “tempo” successivo. La mostra attraverso testi e immagini, soprattutto volti, consente di conoscere le dinamiche climatiche, idrogeologiche, sociali ed emozionali legate a un evento che ha cambiato radicalmente il territorio di Primiero e la sua componente umana, la mentalità e l’approccio al territorio, all’economia, alla società. Il percorso documenta gli eventi utilizzando poi la forma comunicativa del video, con montaggi di pochi minuti tratti dalle riprese realizzate da Angelo Longo e Andrea Colbacchini per il progetto “Primiero – novembre 1966 – l’alluvione 50 anni dopo”.
Si intitola “Primiero e lo spartiacque del ’66” la mostra che racconta il territorio prima, durante e dopo la grande alluvione del 1966. Vi sono descritte la fase della ricostruzione e il cambiamento socio-economico intervenuto, scorrono i temi del lavoro e dell’emigrazione, dell’ambiente, dell’allevamento e dell’agricoltura, delle acque, del turismo e dell’edilizia. L’esposizione è arricchita da una cartina che localizza gli accadimenti principali di quei giorni.

Daiana Boller

Daiana Boller (Trento, 1981) vive a Vattaro, dove è collaboratrice nella ditta di famiglia, impegnata nel settore della commercializzazione internazionale di legname da lavoro e costruzione. Si è laureata in storia locale a Trento con una tesi sul principe vescovo Alessandro di Masovia (1423-1444) ed è laureanda in Storia della civiltà europea con una tesi monografica sullo stesso argomento.

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